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domenica 17 marzo 2013

Perché i presidenti di Camera e Senato sono così importanti?


Ieri Pietro Grasso e Laura Boldrini sono stati eletti rispettivamente presidenti del Senato e della Camera: la seconda e la terza carica della Repubblica italiana, che per una volta sono state al centro della cronaca e del dibattito politico. Il loro ruolo è quello di rappresentare le rispettive camere, organizzarne i lavori e di assicurarsi che il regolamento venga rispettato. Sembra facile, ma in realtà si tratta di una materia estremamente complicata, fatta di lunghi regolamenti bizantini a cui vanno aggiunti manuali interi dedicati a illustrare la prassi, i precedenti e le tradizioni.
Voto e dibattito
Il ruolo principale e più visibile che hanno i due presidenti delle camere è quello di dirigerne i voti e i dibattiti. Si tratta della funzione che i due presidenti assolvono quando li vediamo, nelle dirette parlamentari, mentre scrutinano i voti, suonano un campanellino, riprendono o addirittura espellono dall’aula parlamentari. Durante i dibattiti i presidenti possono dare la parola, dirigere e moderare la discussione. Quando si tratta di votare, i presidenti possono stabilire l’ordine delle votazioni, chiarire il significato del voto e annunciarne il risultato.
Il lavoro più importante dei presidenti però si svolge – in un certo senso – fuori dall’aula, nei vari organi che fanno parte delle due camere e di cui i due presidenti ricoprono la presidenza. In questi organi vengono decisi i regolamenti, si stabilisce il bilancio delle camere e, soprattutto, viene preparato il calendario dei lavori parlamentari. Si tratta dell’Ufficio di presidenza (che al Senato viene eletto con questo nome per poi diventare il Consiglio di presidenza), della Giunta per il regolamento e della Conferenza dei presidenti di Gruppo.
In tutti questi organi sono fondamentali i gruppi parlamentari che sono – in sostanza – la rappresentanza in parlamento dei partiti politici. La questione dei gruppi parlamentari è particolarmente complessa: ogni camera ha le sue regole, che stabiliscono come possano essere formati e quanti parlamentari siano necessari per avere diritto a formare un gruppo parlamentare. In linea di massima, però, più un partito ha ottenuto voti e quindi parlamentari, più i suoi gruppi parlamentari saranno numerosi (ma non sempre: in alcuni casi la rappresentanza e sulla base di uno per ogni gruppo e quindi non proporzionale). Vediamo nel dettaglio quali sono gli organi in cui i presidenti hanno un ruolo centrale.
Ufficio di presidenza
È composto da diversi deputati o senatori eletti dalle due camere. Si tratta di quattro vicepresidenti – che a turno presiedono la camera in assenza del presidente – tre questori e otto segretari, che aiutano il presidente nelle sue funzioni. All’interno di questo gruppo devono essere rispecchiati tutti i gruppi parlamentari. Quindi, prima della loro elezione, il presidente della Camera o del Senato deve incontrarsi con la Conferenza dei presidenti di gruppo per accordarsi in modo che tutti i gruppi siano sempre presenti con almeno un membro bell’ufficio di presidenza. Nel caso si formino nuovi gruppi, il numero di segretari può essere aumentato per rispecchiare i nuovi gruppi che si sono formati.
L’ufficio di presidenza amministra i vari aspetti della camera, come ad esempio tutte le questioni relative al personale; mette poi insieme il bilancio, che viene approvato dall’assemblea, ripartisce i rimborsi elettorali e si occupa di sanzionare i deputati o i senatori che dovessero turbare l’ordine di una seduta. Qui potete trovare il regolamento dettagliato.
Giunta per il regolamento
È composta da 10 deputati nominati dai presidenti delle due camere e deve rispecchiare – “per quanto possibile”, è scritto nel regolamento – la proporzione tra i gruppi parlamentari. Per rispecchiare questa proporzionalità il presidente può decidere di aumentare il numero dei parlamentari che ne fanno parte. Per la Giunta per il regolamento devono passare tutte le modifiche al regolamento parlamentare. Sempre in Giunta vengono risolte le questione di interpretazione del regolamento. Qui potete trovare il regolamento dettagliato.
Conferenza dei presidenti di gruppo
È composta da tutti i presidenti dei gruppi parlamentari ed è uno degli organi più importanti delle due camere. In sostanza decide sul calendario dei lavori delle due camere, decidendo quando e quali provvedimenti andranno discussi e votati. Il governo è sempre informato di quando la Conferenza viene convocata e può far intervenire un suo membro, in genere il ministro o il sottosegretario per i rapporti con il parlamento. Qui potete trovare il regolamento dettagliato della Camera e qui quello del Senato, che è molto simile e nel quale trovate anche alcune le spiegazioni anche sugli altri due organi.
Consuetudini, prassi e precedenti 
I regolamenti di Camera e Senato sono documenti molto lunghi (più di cento pagine) e complessi. Inoltre, i regolamenti scritti vengono integrati da interi manuali dove si ragiona sulla base di consuetudini, della prassi e dei precedenti. Questo fa sì che ci siano delle vere e proprie figure specializzate nel districarsi nei regolamenti parlamentari. I membri del Partito Radicale, quando erano in parlamento, avevano la fama di essere tra i più bravi a sfruttare questi complessi regolamenti.
Sulla base di questa complicata prassi, in genere si ritiene che il lavoro di presidente del Senato sia considerevolmente più facile di quello di presidente della Camera. Il Senato è tradizionalmente più semplice da controllare e i poteri del suo presidente sono molto più diretti e lineari. Il Senato è considerato una camera più facile per il governo – sempre che ci sia una maggioranza – visto che l’ostruzionismo parlamentare – cioè quelle tecniche usate per rallentare i lavori di una camera – sono molto più difficili da mettere in pratica.
Anche se il presidente della Camera ha più potere nello stabilire una materia molto importante come gli ordini del giorno, cioè quello di cui effettivamente si occuperà la Camera in quella giornata, il suo regolamento è complessivamente molto più bizantino e complesso di quello del Senato, dove invece i lavori, tendenzialmente, procedono in maniera più lineare. Questo non vuol dire che ci sia da preoccuparsi per la presidente Boldrini, visto che i presidenti delle due camere dispongono di uno staff tecnico molto preparato su questi regolamenti.
Di solito si dice che una preparazione tecnica non guasti per fare un buon presidente di una camera, ma la cosa più importante è possedere una certa autorevolezza o carisma. Amintore Fanfani, Giovanni Spadolini e Nicola Mancino sono tuttora ricordati da molti come presidenti che tenevano in pugno le camere – e Fanfani in particolare è noto perché imponeva severi regolamenti a proposito della lunghezza delle gonne che impiegate e deputate potevano indossare. Marcello Pera, presidente del Senato durante la XIV legislatura, invece è ricordato come un presidente non troppo carismatico.
Il Presidente Supplente della Repubblica Italiana
Il presidente del Senato possiede un potere particolare garantitogli dalla Costituzione all’articolo 86, dov’è scritto: “Le funzioni del Presidente della Repubblica, in ogni caso che egli non possa adempierle, sono esercitate dal Presidente del Senato”. Questo articolo ha fatto nascere la figura del Presidente Supplente della Repubblica italiana, una qualifica che, in sostanza, assume il presidente del Senato quando il Presidente della Repubblica è in viaggio all’estero.
Dal 1986 il Presidente Supplente della Repubblica italiana può anche fregiarsi di un insegna per il periodo in cui si trova in carica. Si tratta di una quadrato bordato di azzurro con al centro il simbolo della Repubblica. A differenza dell’insegna del Presidente della Repubblica, il fondo è bianco e il simbolo della Repubblica è in argento anziché oro. Questi dettagli del cerimoniale, insieme a molti altri e anche piuttosto minuziosi, furono quasi tutti decisi da Francesco Cossiga quando era presidente del Senato.
L’ordine delle cariche
Nella Repubblica italiana, come è normale nei diversi stati del mondo, le varie cariche dello Stato hanno un ordine di priorità. Questo ordine è stato inizialmente stabilito in maniera provvisoria negli anni Cinquanta e quindi definitivamente regolarizzato nel 2006. Secondo l’ordine delle cariche, il Presidente della Repubblica è al primo posto – in quanto rappresentante della Repubblica italiana. Al secondo posto si trova il Presidente del Senato e al terzo il Presidente della Camera: per questo motivo i due presidenti delle camere sono indicate come seconda e terza carica dello stato.
Il presidente del Consiglio si trova soltanto dopo il presidente della Camera ed è seguito dal presidente della Corte costituzionale. Questo “svantaggio” del presidente del Consiglio rispetto ai presidenti delle camere, nonostante abbia molto più potere di loro, è dovuto al fatto che i presidenti delle camere sono considerati cariche più istituzionali e meno “politiche” del presidente del Consiglio. Questa considerazione risale al fatto che, in teoria, per eleggere i presidenti di Camera e Senato sono richieste ampie maggioranze. Inoltre, fino al primo governo Berlusconi (1994) era usanza concedere una delle due camere al principale partito di opposizione.
In pratica l’ordine di priorità significa che, ad esempio, in una cerimonia ufficiale il presidente della Repubblica siede al centro, con alla destra il presidente del Senato e alla sinistra il presidente della Camera. A destra del presidente del Senato siede quello del Consiglio, mentre alla sinistra di quello della Camere quello della Corte costituzionale.
Nomine
Infine, i due presidenti nominano insieme i componenti di diverse autorità amministrative, come l’autorità garante per la concorrenza e quella per l’editoria e la televisione. Nominano inoltre il consiglio di amministrazione della Rai e quello di presidenza della Corte dei Conti, anche se per prassi consolidata queste nomine hanno sempre rispecchiato i rapporti di forza tra i partiti in Parlamento.

Papa Francesco a sorpresa in strada con i fedeli. Angelus: "Misericordia rende mondo più giusto"



CITTA' DEL VATICANO - Un gesto sorprendente, di totale rottura col protocollo: al termine della prima messa nella parrocchia di Sant'Anna, Papa Francesco è uscito a salutare i fedeli eludendo la sicurezza. Per lunghi minuti ha stretto mani, abbracciato, baciato bambini tra l'entusiasmo della folla. Tra i fedeli in fila per incontrarlo, anche Pietro Orlandi, il fratello di Emanuela, la ragazzina scomparsa nel 1983. Bergoglio si è fermato a parlare con Orlandi e, secondo alcune indiscrezioni, avrebbe preso l'impegno di rivederlo presto. Un'apertura per i familiari della giovane che più volte in passato avevano chiesto invano a Ratzinger di parlare del caso durante l'Angelus. 

Papa Francesco è apparso disinvolto anche nel discorso del suo primo Angelus di fronte a una folla di più di migliaia di fedeli: 150.000 secondo la Santa Sede, 300.000 per il comune di Roma.  "La misericordia rende il mondo più giusto", ha spiegato, affacciandosi dalla finestra del suo appartamento, alla terza loggia del palazzo apostolico. Un tema già emerso durante l'omelia della messa a Sant'Anna: "Ci piace condannare, ma Dio è misericordia". 

Il libro del cardinale Kasper. Per le sue prime parole, dopo quelle ascoltate nel giorno della sua elezione, Bergoglio ha mantenuto la cifra informale con cui ormai sta abituando il mondo, e si è concesso qualche battuta:  "In questi giorni ho letto un libro del cardinale Kasper, un buon teologo. E' un libro sulla misericordia che mi ha fatto tanto bene... Ma non credete - ha aggiunto con un sorriso - che faccio pubblicità ai libri dei miei cardinali. Non è così".  

La folla. E' un papa carismatico che conquista i fedeli. San Pietro era gremita per questo primo Angelus. La folla ha accolto  il pontefice con un boato quando è apparso alla finestra, ancora prima di incominciare a parlare. Migliaia di persone sono arrivate lì per sentirlo e hanno atteso accalcandosi nella piazza. Molte le famiglie con bambini, ma anche anziani e religiosi. Centinaia gli argentini con bandiere bianche e azzurre. 

Legame spirituale con l'Italia. Nel suo breve discorso Bergoglio ha voluto rendere omaggio all'Italia e al suo ruolo di vescovo di Roma.  "Ho scelto il nome del patrono d'Italia, san Francesco d'Assisi, e ciò rafforza il mio legame spirituale con questa terra, con questa terra dove, come sapete, sono le origini della mia famiglia", ha aggiunto.

"Buon pranzo" e il primo tweet. Prima di ritirarsi dal balcone ha esclamato: "non dimenticate questo: il Signore mai si stanca di perdonare, siamo noi che ci dimentichiamo di chiedere perdono". E con il tratto informale che lo contraddistingue ha concluso: "Buona domenica e buon pranzo". Passano pochi minuti e il pontefice dimostra di essere anche al passo con i tempi mandando il primo tweet: "Cari amici vi ringrazio di cuore e vi chiedo di continuare a pregare per me. Papa Francesco". 

venerdì 15 marzo 2013

IL - PAPA - ESEMPIO DI MODERAZIONE E MORIGERATEZZA PER TUTTI NOI.....

PAPA FRANCESCO I* IN PULMAN . . . . ESEMPIO PER TUTTI, SI SPOSTA CON I CARDINALI ED VESCOVI COME NOI!!!! 
CARI POLITICI - SEGUITE L'ESEMPIO DEL PAPA!!!!!!!!

LE NOVITA' STAVOLTA NON ARRIVANO A ROMA . . . . PARTONO DA ROMA . . . .

“Non credo che i nostri validi amministratori e le nostre proposte per la città in alternativa all’amministrazione Alemanno possano essere rappresentati alle prossime elezioni comunali dal simbolo dell’Udc”. Lo ha detto Alessandro Onorato, capogruppo Udc in Campidoglio, intervistato da Ivano Selli durante la trasmissione “Amministratori e Cittadini” su Rete Oro.

“I risultati delle ultime elezioni – ha piegato Onorato – non possono essere ignorati: i cittadini hanno punito il nostro partito perché per troppo tempo ha predicato un rinnovamento che non ha mai praticato. Per questo sto chiedendo l’azzeramento degli attuali vertici nazionali, che rimandando tutto al congresso di fine aprile di fatto vogliono costringerci a presentarci alle prossime amministrative con questo simbolo. Ma questo significherebbe continuare a mettere la testa sotto la sabbia. Un’era politica si è chiusa: ora devono mettersi da parte e lasciarci costruire una nuova formazione politica – come più volte annunciato - con un nuovo nome, un nuovo simbolo e sopratutto nuovi protagonisti. Le nostre battaglie e i nostri valori devono rimanere gli stessi, ma dobbiamo saper dire no ai rimborsi elettorali – soldi che tanto non arrivano sui territori – e parlare di rigore e legalità. Solo così saremo in grado di capitalizzare lo straordinario lavoro fatto dai consiglieri comunali e municipali in questi cinque anni, e realizzare una valida alternativa per il governo della Capitale ”.

giovedì 14 marzo 2013

FINALMENTE FRANCESCO! IL PAPA DI TUTTI NOI!


«Fratelli e sorelle buonasera, voi sapete che il dovere del Conclave era di dare un vescovo a Roma e sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prenderlo alla fine del mondo...ma siamo qui». Sono queste le prime parole del primo Papa Francesco della storia della Chiesa cattolica. Jorge Mario Bergoglio, argentino, 76 anni, gesuita, 266 esimo Pontefice, è anche il primo sudamericano. Al Conclave del 2005 che elesse Joseph Ratzinger, Bergoglio fu candidato dall'ex arcivescovo di Milano Carlo Maria Martini e risultò il secondo più votato.
FUMATA BIANCA -La fumata bianca che ha annunciato al mondo la sua elezione è arrivata alla quinta votazione, nella seconda giornata del Conclave. Uno scrutinio in più di quanto richiesto, otto anni fa, per l'elezione di Benedetto XVI. Il comignolo della Cappella Sistina ha iniziato a fumare alle 19.06, la piazza San Pietro gremita di fedeli sin dalla mattinata è esplosa in un boato: «Viva il Papa! Viva il Papa!».
Francesco: «Mi hanno preso dalla fine del mondo»

mercoledì 13 marzo 2013

Udc addio. Il prossimo Congresso sancirà lo scioglimento del partito Ancora non c’è nulla di ufficiale, ma, dopo il disastro elettorale, i vertici del partito di Pier Ferdinando Casini avrebbero già deciso di liquidare l’Udc al prossimo Congresso nazionale di fine aprile



casini1 Udc addio. Il prossimo Congresso sancirà lo scioglimento del partitoL’Udc verrà sciolto. Ormai sarebbe già tutto deciso. L’indiscrezione trapela da fonti molto vicine alla dirigenza del partito. Il dado è tratto, il partito di Pier Ferdinando Casini non esisterà più, forse, già dalla prossima riunione del Consiglio nazionale di fine aprile. Il partito di centro – nato da tre costole della Dc, che non accettò di entrare nel Ppi e di confluire nel centrosinistra, prima dando vita a un’alleanza con Silvio Berlusconi nella Casa delle libertà e poi accettando di correre in solitaria contro Pd e Pdl, utilizzando una logica utilitaristica che fino a un certo punto ha anche pagato – tra breve potrebbe essere solo un ricordo.
Rottamare nome e simbolo. La tempesta delle ultime elezioni ha spinto la barca centrista a schiantarsi contro le rocce, l’urto è stato fortissimo ed ha creato morti e feriti. L’Udc è sceso all’1,8%, portando a casa solo 10 parlamentari (8 deputati e 2 senatori), contro i 39 (36 deputati e 3 senatori) del 2008, quando il partito prese il 5,6% alla Camera con più di 2 milioni di voti. Una sconfitta che avrebbe già decretato la fine dell’Unione dei Democratici Cristiani e di Centro, visto che l’élite del partito non crede di poterne risollevare le sorti, se non in tempi molto lunghi. La dirigenza, fiutato il vento che tira, avrebbe deciso di rottamare un nome e un simbolo ormai sorpassati e divenuti troppo ingombranti, specie a fronte del “grillismo” montante.
L’alleanza con Monti? “Un errore”. Al Consiglio nazionale seguito alle disastrose elezioni, Casini era assente. Il leader “maximo” ha motivato la cosa adducendo la necessità di un confronto e di una critica senza peli sulla lingua, che la sua presenza avrebbe in qualche modo ostacolato. Nella lettera inviata ai suoi ha comunque fatto intuire più di qualcosa: “Per quanto mi riguarda so che una stagione si è chiusa…”, ha scritto. Parole piuttosto chiare, anche se nessuno ha pensato ad una decisione così repentina. Nel vertice di marzo non sono emersi grossi scontri, ma Casini sarebbe assediato dalle critiche. In molti, in troppi, non gli perdonano la scelta di legarsi a Monti, il non aver capito che il progetto, lo schema elettorale a più liste e il programma tutto responsabilità e sacrifici in nome del dettato europeo, non solo non avrebbero attratto il voto popolare, ma avrebbero allontanato anche il proprio elettorato.
Fagocitati dal Professore. Al dunque, dopo tentennamenti ed equilibrismi durati anni e lunghi giri per mari agitati, lo zoccolo duro, quel 5-6% dell’elettorato abituale che sembrava impossibile da scalfire, è finito tra le braccia del professore. Per molti un vero paradosso. Corteggiati da destra e da sinistra, i voti dell’Udc sono stati regalati al premier uscente, l’unico che non li aveva chiesti esplicitamente. Anzi, era sembrato sempre un po’ snobbare quell’avanzo di seconda Repubblica. Molti esponenti del partito sarebbero furibondi. Dirigenti, quadri e base hanno – fors’anche col senno di poi – mal sopportato le ultime scelte del loro timoniere. Troppo lo spazio avuto a disposizione da Monti, mentre l’Udc è praticamente sparito. L’alleato bocconiano, inoltre, ha spesso fatto fuoco contro i partiti tradizionali, compreso quello centrista. Monti ha dimenticato in fretta la fedeltà, quasi a scatola chiusa, dimostrata al suo governo da Casini. E con Bondi, ha subito imposto il “test di verginità” per i candidati, chiedendo l’esclusione per Cesa e Buttiglione – segretario e presidente del partito -, poi imposti a forza e trombati entrambi. Ma non sono pochi nemmeno coloro che rinfacciano a Casini i familiari piazzati in lista. Anche per questi motivi lo scioglimento sarebbe ormai cosa fatta e verrà ufficializzato nel prossimo Consiglio nazionale del 27 e 28 aprile.
Il padre padrone. Il partito, sorto nel 2002 dalla fusione del Ccd di Casini, col Cdu di Buttiglione e con il DE di D’Antoni, con ogni probabilità morirà quel giorno. Ma per fare cosa, resta un mistero. In parecchi diffidano di Casini che già all’indomani della scoppola elettorale, in una delle prime esternazioni, aveva reso omaggio alle capacità di Berlusconi di interpretare la corsa alle urne. La posizione del leader è difficile. Tanti nel partito lo apprezzano ancora, ma altri storcono la bocca per i toni da capo assoluto che ha via via assunto. Quasi che il partito – erede della Balena bianca delle correnti, dove anche un Andreotti e un Forlani avevano i propri avversari -, avesse ormai trovato un padrone. Nel tempo, fuoriusciti Follini, Tabacci, Baccini, Giovanardi ed altri, Casini e la sua cerchia più stretta hanno incarnato tutto il potere. Non sono pochi coloro i quali descrivono Casini come un capo carismatico che guida il suo partito personale come vuole, sfoggiando la sua bella faccia tra sigari ed elegantissimi completi blu. Secondo alcuni l’ex delfino di Forlani avrebbe messo il cappello su una creatura politica originariamente ispirata a quel pluralismo di apporti diversi alla base di una sintesi politica molto spesso risultata vincente: la Democrazia Cristiana.
Il “partito” di Caltagirone. Altri tempi, certo. Eppure, dopo la sberla elettorale, alcuni notano come della Dc si sia presa solo l’anima più vicina ai posti di puro potere e si sia smarrita, invece, la carica popolare insita nella storia dello scudo crociato. Soprattutto da quando – come dicono i malevoli – “Casini è diventato il signor Caltagirone”, sposando Azzurra, la figlia del palazzinaro numero uno a Roma e non solo. Un matrimonio che ai fini politici è una garanzia di ricchezza – i vari rami della famiglia Caltagirone sono praticamente i soli donatori privati del partito – e visibilità, ma non è certo attraente per il ceto medio-basso, cattolico e non.
Un rinnovamento difficile. C’è anche chi gli errori avrebbe voluto farli pesare. Casini però non si è visto e la settimana scorsa la linea del segretario Cesa è passata con un solo voto contrario e due astenuti. Il segretario ha anche annunciato un passo indietro: lascerà la segreteria che ricopre fin dal 2005, quando era succeduto a Follini. Lo stesso farà Buttiglione. Ma il largo ai giovani rischia di restare sulla carta. E nonostante, tra gli altri, proprio Buttiglione abbia optato per la sopravvivenza del partito, in realtà, tutto sarebbe già deciso e a fine aprile il Consiglio reciterà il de profundis per l’Udc.
Verso un nuovo centro. Cosa accadrà dopo nessuno lo sa. C’è chi teme il si salvi chi può e chi è convinto di un approdo comune – con la cassa del partito – verso una realtà altra, più inclusiva e forse in grado di far vivere quel tanto sospirato “polo di centro” che Casini non è mai riuscito a costruire. Le premesse, se del nuovo partito di Monti vogliamo parlare, non sembrano incoraggianti, ma, tant’è, finché c’è vita c’è speranza e Casini questo lo sa.

NON RINUNCIAMO AL NOSTRO PROGRAMMA PER CAMBIARE DAVVERO!


Cambiare Davvero si deve. E noi tutti, in questa campagna elettorale a tratti entusiasmante e sicuramente molto faticosa, abbiamo dimostrato che si può.
Certo, il risultato non è quello che avevamo immaginato, ma non per questo ci arrendiamo. Anzi, occorre rilanciare tutti insieme un progetto di cambiamento, perché le prospettive per il nostro Paese, per la Regione e per il Comune di Roma sono tutt'altro che rosee. Ci attendono, e non voglio fare il menagramo, mesi, forse anni, di intenso impegno per recuperare i danni ereditati da decenni di scellerata amministrazione della Cosa Pubblica.
La scelta di designarmi come candidato a Consiglio regionale, pur non avendo io mai fatto politica, è stata coraggiosa e sicuramente innovativa. È stata senz'altro una scelta di rottura. E le 3.500 sudate preferenze che abbiamo raccolto sono la somma di tutte le persone che abbiamo incontrato, una per una, e che con le nostre proposte concrete abbiamo convinto a sostenerci.
Pur non essendo stati sufficienti a raggiungere l'unico seggio che la Lista Civica Bongiorno Presidente ha eletto a Roma e provincia, questi voti sono comunque un piccolo miracolo, che significa una cosa sola: la gente riconosce il lavoro svolto in questi anni sul territorio, il movimento è forte e non dobbiamo arrenderci.
Non siamo una struttura di partito né di apparato e tutti (avversari inclusi) ci hanno riconosciuto un approccio diverso nel "fare politica". Questa è la nostra forza e quanto abbiamo fatto fino ad oggi è solo la prima parte dell'impegno che ancora più intensamente e con sempre maggiore entusiasmo ci porterà a proseguire nel lavoro per farci conoscere laddove non siamo riusciti ad arrivare.
Abbiamo sostenuto con convinzione la lista rappresentata da Giulia Bongiorno, espressione di trasparenza e legalità, che in nessun modo poteva essere accostata agli scandali e alle ruberie cui i cittadini del Lazio sono stati testimoni in questi anni (ma gli scandali, si sa, si fa presto a dimenticarli). Una donna in grado di dare voce non semplicemente alle donne, da sempre in minoranza negli organi di governo, ma al merito. Un programma che, purtroppo, non ha raccolto il risultato che era lecito attendersi, ossia il 12-14%, che avrebbe comportato l'elezione di quattro o cinque consiglieri, e che si è invece fermato al di sotto del 5%, permettendo l'elezione di un solo rappresentante nel collegio di Roma e di un altro in quello di Frosinone.
Il cambiamento fa sempre paura. Si pensa di poterlo ottenere semplicemente esercitando un voto "di pancia", dimenticando che a ribellarsi scegliendo un "non-programma", con rappresentanti senza le giuste competenze, non si costruisce nulla. Semmai si fa polvere delle macerie rimaste.
Chi mi ha sostenuto in questa sfida ha toccato con mano quanto siamo riusciti a entrare nel cuore dei problemi e ad avanzare idee concrete per risolverli. E di questo metodo, di contenuti e soluzioni, il nostro Paese e la nostra città avrà sempre più bisogno, ancor più ora, in questa fase di transizione ingovernabile.
Devo ringraziare il mio amico Alessandro, che mi ha contagiato la malattia, sana e inguaribile, per l'impegno civico. Grazie a tutti coloro che hanno creduto in me, alla mia famiglia ora in fase di dirompente espansione e grazie, in particolare, a tutti gli amici di Cambiare Davvero che mi hanno aperto le porte delle proprie case, delle case di amici e familiari e dei luoghi di lavoro e di svago. Un'esperienza faticosa, entusiasmante e mai così partecipata!
In questa battaglia non ci abbiamo messo solo la faccia, ci abbiamo messo anche l'anima e al nostro programma per Cambiare Davvero non rinunciamo.
Continueremo, impareremo dagli errori fatti e ci rialzeremo più forti.
Salvatore Aprile