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venerdì 15 novembre 2013

Pdl: muro contro muro tra lealisti e governativi, scissione piu' vicina

''Al momento mi sembra difficile trovare un accordo''. Lo dichiara Fabrizio Cicchitto in serata, alla fine dell' ennesimo incontro del gruppo dei governativi del Pdl che tornera' a riunirsi oggi alle 13 per prendere una decisione definitiva alla vigilia del Consiglio nazionale di domani dove Silvio Berlusconi rilancera' Forza Italia. I ministri del Pdl e la componente governativa del partito potrebbero decidere di non partecipare a questo appuntamento. Si dichiara pessimista sul fronte opposto Paolo Romani che con Maurizio Gasparri ha incontrato a lungo Berlusconi: ''Non ci sono piu' le condizioni per arrivare a una mediazione''. Riunioni parallele ieri sera. Da un parte quella dei governativi con il vicepremier Angelino Alfano. Dall'altra, a palazzo Grazioli, quella tra Berlusconi e Raffaele Fitto, leader dei lealisti che seguirebbero il Cavaliere nel caso dovesse annunciare domani il ritiro dell'appoggio al governo. E' il problema del governo di larghe intese a restare il centro del dissenso tra le due ali del Pdl. ''Il partito dei falchi e' quello della crisi al buio. Dobbiamo mantenere separate le questioni della vita del governo dalla decadenza da senatore di Berlusconi. Difenderemo fino in fondo il Cavaliere, ma il governo deve restare una questione distinta'', avrebbe detto Alfano, secondo alcune indiscrezioni, nella riunione serale con i governativi. Il vicepremier punterebbe i piedi sulla posizione che va sostenendo da alcune settimane: massima solidarieta' a Berlusconi per quella che e' definita anche dai governativi una ''persecuzione giudiziaria'' ma lealta' al governo rispetto al quale non ci sarebbero alternative, se non la prospettiva di elezioni al buio nelle quali per altro Berlusconi non potrebbe candidarsi a guidare il centrodestra per via degli effetti della legge Severino dopo la sua decadenza dal Senato. Alfano avrebbe ripetuto per l'ennesima volta: ''Faremo battaglia per difendere Berlusconi fino alla fine''. Roberto Formigoni parla di divisioni insanabili: ''La scissione e' nelle cose, sia chiaro che l'hanno voluta i lealisti. E' colpa loro. Noi abbiamo dato segnali di apertura e non abbiamo ceduto alle provocazioni''. L'ex governatore della Lombardia sostiene che la proposta di separare i problemi giudiziari di Berlusconi dalle sorti del governo non sarebbe stata accettata dal Cavaliere: ''Non vogliamo che il Consiglio nazionale si trasformi in una rissa. Se non c'e' accordo, meglio non parteciparvi''. Il senatore Andrea Augello rilancia la palla nei pressi di palazzo Grazioli: ''Il presidente del Pdl faccia una proposta. La nostra posizione e' chiara ed e' quella che Berlusconi ha fatto propria il 2 ottobre''. Le condizioni poste dai governativi per una loro permanenza nel partito sono precise: un nuovo documento politico di rilancio di Forza Italia in cui si affermi la giustezza della battaglia contro la decadenza di Berlusconi confermando pero' che l'esecutivo puo' proseguire la sua marcia fino al 2015; l'inserimento nello Statuto del nuovo partito di un articolo che preveda due coordinatori da affiancare a Berlusconi (Alfano e Fitto) con il potere di controfirma delle liste elettorali di Forza Italia. Quest'ultima ipotesi servirebbe a rendere esplicito che all'interno del partito ci sono due componenti destinate a convivere dopo vent'anni in cui e' stato il solo Berlusconi a dettare la linea. Fitto, a nome dei lealisti, avrebbe invece proposto al Cavaliere di rendere il documento politico su cui si basa il rilancio di Forza Italia ancora piu' netto nella formulazione che esclude il sostegno al governo nel caso il Pd voti a favore della decadenza di Berlusconi dal Senato. I lealisti del Pdl sono convinti di avere con se' la maggioranza dei parlamentari del partito e dei componenti del Consiglio nazionale. Da qui il consiglio a Berlusconi di non accettare i compromessi proposti da Alfano che tra l'altro - dicono - prevederebbero una responsabilita' collettiva per la formazione delle liste togliendo questo potere al Cavaliere. Nessuna indiscrezione sulla decisione finale di Berlusconi, anche se i bookmakers di Montecitorio ritengono piu' probabile che l'ex premier domani possa accettare come inevitabile la scissione del Pdl nel momento in cui rilancia Forza Italia e cerca di ricreare intorno a se' l' entusiasmo del 1994, quando decise di scendere in campo nella competizione politica.

mercoledì 13 novembre 2013

«I cristiani uccisi sono proprio 100mila all'anno»

di Massimo Introvigne
La nuova Bussola Quotidiana, 13 novembre 2013


Il professor Todd Johnson è il successore del suo collega David Barrett (1927-2011), «Mr. Statistiche» per gli studiosi di scienze religiose di tutto il mondo, alla guida del Center for the Study of Global Christianity di South Hamilton, nel Massachusetts, un centro che è alle origini delle statistiche sul numero di aderenti alle varie religioni usate da un gran numero di università – e di Chiese e comunità religiose – su scala internazionale. Johnson sarà in Italia a dicembre per diversi impegni, e aprirà con una relazione magistrale un seminario sulla metodologia della statistica religiosa organizzato dall’Università Roma Tre in collaborazione con il CESNUR e con l’Accademia di Scienze Umane e Sociali il 16 dicembre.
Barrett e Johnson sono anche alle origini di quella che chiamano «martirologia», cioè la compilazione di statistiche sul numero di cristiani uccisi «in situazione di testimonianza», cioè uccisi in quanto cristiani. Questi morti cristiani sono stati, secondo Barrett e Johnson, settanta milioni dalla morte di Gesù Cristo all’anno 2000, di cui quarantacinque milioni concentrati nel ventesimo secolo. Il numero di cristiani uccisi è sceso nel ventesimo secolo, ma nel primo decennio 2000-2010 secondo Barrett sono ancora stati un milione, cioè 100.000 all’anno. Questa stima di una media calcolata su dieci anni era di 105.000 nel 2011 – anno in cui, commentando quelle statistiche a un convegno dell’Unione Europea, le tradussi nella formula, numericamente congrua rispetto alla cifra 105.000, di «un cristiano ucciso ogni cinque minuti» – mentre la stima di Johnson per il 2013, pubblicata nel numero 37/1 della sua pubblicazione «International Bulletin of Missionary Research» era di 100.000.
Periodicamente queste cifre sono attaccate, e da ultimo un servizio apparso sul sito della BBC dà l’impressione che lo stesso Johnson le abbia in qualche modo ridimensionate o ritrattate. Per chiarire come stanno le cose, ho intervistato lo stesso professor Johnson.
Professore, è vero che Lei ha smentito la sua celebre statistica dei 100.000 cristiani uccisi ogni anno?
Ma niente affatto. Può darsi che la giornalista della BBC non mi abbia capito bene, ma ho semplicemente spiegato che la statistica si riferisce a una media degli ultimi dieci anni. Non a un anno specifico. Pertanto la statistica che abbiamo pubblicato nel 2013 si riferisce alla somma dei morti dagli anni dal 2003 al 2012 divisa per dieci. E la somma divisa per dieci dà appunto come risultato 100.000. Se ci chiederanno al stessa stima l’anno prossimo, sommeremo i morti dal 2004 al 2013 e divideremo per dieci. Questa cifra è significativa di una tendenza molto più che non concentrarsi su un anno singolo, dove il dato può essere influenzato da variabili effimere, e si rischia di annunciare svolte decisive causate da singoli eventi positivi o negativi che non si ripeteranno negli anni successivi.
La BBC obietta che il 90% dei morti degli ultimi anni è stato ucciso nella Repubblica Democratica del Congo, dove è in corso una guerra civile. Che cosa risponde?
Per alcuni dei dieci anni presi in esame per la stima decennale è vero che il dato del Congo pesa fino al 70% – 90% è un’esagerazione, ma abbiamo sempre detto che il Congo pesa molto, non è una scoperta della BBC –, mentre se sulla scala del decennio prendiamo in esame altri anni un dato non meno importante era quello del Sud Sudan, dove in seguito le cose sono migliorate. Molti dei miei interventi recenti a congressi internazionali discutono la situazione in Congo, e il caso è interessante per spiegare il nostro metodo. Ci sono certamente casi in cui è difficile stabilire se le persone sono uccise in quanto cristiane o per ragioni etniche o politiche. In questo caso noi stimiamo il peso del fattore religioso e in base a questo fattore attribuiamo una percentuale del totale delle persone uccise a ragioni religiose. Per il Congo abbiamo stabilito – in modo molto prudenziale e conservatore – che il fattore religioso pesi per il venti per cento nelle ragioni che causano gli assassini. Dico prudenziale e conservatore perché abbiamo raccolto, sul campo, centinaia di testimonianze che parlano di persone uccise nelle chiese e uccise perché per ragioni religiose si rifiutano di arruolarsi nelle milizie o di farsi coinvolgere a forza in guerre che considerano ingiuste. Pertanto ogni anno non contiamo il cento per cento dei cristiani assassinati in Congo nelle nostre statistiche, ma solo il venti per cento. Adottiamo criteri simili per altri Paesi. I criteri si possono sempre discutere. Devo però confessare che non capisco bene le obiezioni che invitano a sottrarre i cristiani uccisi del Congo, come se fossero vittime di seconda classe rispetto a quelle di altri Paesi.
Ma la BBC obietta che non sono «martiri». È vero?La nozione di «martire» non è univoca. Per esempio la tradizione ebraica – che considera «martiri» le vittime dell’Olocausto – o quella islamica hanno un concetto di «martiri» più esteso di quello cristiano. Io sono protestante, ma so bene che la Chiesa Cattolica ha un concetto, invece, più restrittivo: «martire» è solo chi offre la vita volontariamente per la sua fede. Se qualcuno è vittima di una bomba che fa saltare in aria una chiesa o un locale frequentato da cristiani, per la Chiesa Cattolica non è necessariamente un «martire» mentre nel linguaggio di molti protestanti lo è. Siamo consapevoli di queste differenze terminologiche, e per questo oggi tendiamo a parlare meno di «martiri» e più di «persone uccise in situazioni di testimonianza».
Se la situazione in Congo migliorerà, la vostra media calcolata sugli ultimi dieci anni è destinata a scendere?
È probabile, e speriamo proprio che sia così. Ma vorrei aggiungere una parola di cautela. Quando la situazione è migliorata nel Sud Sudan, pensavamo di poter arrivare a stime molto più ridotte, ed ecco che è esplosa la situazione drammatica del Congo. La storia del cristianesimo negli ultimi due secoli non induce all’ottimismo: quando la violenza si attenua in un Paese, spesso esplode da qualche altra parte. Il fatto che i cristiani siano vittime di campagne di odio, discriminati, uccisi in numeri comunque alti in molte parti del mondo fa temere esplosioni di violenza prossime venture in altre aree geografiche.

martedì 12 novembre 2013

CULTURIAMO . . . . .

Se il marxista scopre le radici cristiane dell'Occidente
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C’è una pagina de All’origine della pretesa cristiana di Luigi Giussani che a mio avviso ha qualcosa da dire, tra l’altro, anche riguardo alla crisi in cui siamo oggi che - come acutamente ebbe a osservare Papa Francesco - prima che economica e politica, è antropologica. Si tratta del punto in cui Giussani cita un racconto mitico che sta alle origini della cultura europea, così come ce lo ripropone Mircea Eliade.

«Si tratta di un particolare della leggenda di Parsifal e del Re Pescatore. Si ricorda che il vecchio Re, detentore del segreto del Graal, era paralizzato da una malattia misteriosa. Non era del resto il solo a soffrire: intorno a lui tutto cadeva in rovina, andava in disfacimento, il palazzo, le torri, i giardini; gli animali non si moltiplicavano più, gli alberi non davano più frutti, le sorgenti si prosciugavano. Numerosi medici avevano cercato di curare il Re Pescatore senza il minimo risultato. Giorno e notte arrivavano cavalieri e tutti cominciavano col domandare notizie circa la salute del Re. Un unico cavaliere – povero, sconosciuto e perfino un po’ ridicolo – si permise di ignorare il cerimoniale e le buone maniere. Il suo nome era Parsifal. Senza tener conto del cerimoniale di corte si diresse direttamente verso il Re e senza alcun preambolo gli chiese: Dov’è il Graal?. In quell’istante tutto si trasforma: il Re si alza dal suo letto di sofferenza, l’acqua riprende a scorrere nei fiumi e nelle fontane, la vegetazione rinasce (…)».

Che cosa, osserva Giussani, con questo dettaglio della leggenda ci si vuole indicare? Che “non solo esiste un’intima solidarietà tra la vita universale e la salvezza dell’uomo” ma che “basta porsi il problema della salvezza, basta porsi il problema centrale, ovvero il problema, perché la vita cosmica si rigeneri in perpetuo”. 

Con riguardo al caso italiano, pur con tutti i dovuti limiti meritano in tale prospettiva di venire attentamente considerati gli esiti di un convegno che, per iniziativa della Fondazione Magna Carta, ebbe luogo lo scorso 26 ottobre a Norcia, la piccola città umbra patria di San Benedetto. Anche se (oscurato dalla “convention” di Matteo Renzi, svoltasi in quel medesimo giorno a Firenze nell’auditorium  che ha sede nell’ex-stazione Leopolda) il convegno di Norcia ha avuto scarsa eco, vale ciononostante la pena di riscoprirlo perché camminava proprio in tale direzione. Sul tema “A Cesare e a Dio, Ratzinger oltre Ratzinger” vi si sono incontrate nella circostanza due scuole di pensiero e di esperienza per vari aspetti assai diverse tra loro: da un lato i promotori di Magna Carta, Gaetano Quagliariello, Maurizio Sacconi, Eugenia Roccella e altri, che si collocano nell’ambito del centrodestra; e dall’altro i “marxisti-ratzingeriani”, Giuseppe Vacca, Paolo Sorbi, Mario Tronti, noti tra l’altro per la “lettera aperta sull’emergenza antropologica” rivolta alla cultura e alla politica di sinistra che pubblicarono  nel 2011 insieme all’ora defunto Pietro Barcellona.

Gli uni e gli altri concordi tuttavia nel ritenere, come si leggeva nella «Traccia dei lavori» del convegno, che oggi “serve un pensiero forte che rimetta in condizione tutti noi di ripensare la realtà secondo presupposti chiari in grado di indirizzarla anziché lasciarla abbandonata a se stessa. La politica, sia a destra sia a sinistra, ne ha ugualmente e più che mai bisogno per perseguire il Bene Comune, non più frutto di astratte ideologie ma di concreti riferimenti che provengono dalla nostra tradizione e dalle nostre radici. Con il suo Pontificato, e ancor prima con la sua opera teologica, Joseph Ratzinger è stato interprete di questa necessità, declinata a partire da un comune richiamo, per laici e credenti, ai principi cristiani, condivisi dai popoli europei e unico antidoto al dilagante relativismo delle società contemporanee. Una riflessione, la sua, densa di significato e lungimirante nell’aver individuato le fragilità dell’Occidente, le stesse che lo avrebbero condotto verso la crisi endemica che sta attraversando”.

Al di là del fatto che i promotori del Convegno vedono con troppa preoccupazione il ritiro di Benedetto XVI, a mio avviso non cogliendo adeguatamente che egli non è una figura isolata bensì un anello, seppur importante, di una sequenza aurea che lo precede e lo segue, resta il fatto assai significativo e fecondo del comune riconoscimento del valore fondante per l’Occidente, e perciò per l’Italia, dell’eredità cristiana. E non solo come memoria ma anche come attuale presenza.

Chi volesse ulteriormente approfondire la questione può trovare direttamente sul sito www.magna-carta.it tutti i materiali del convegno, tra cui la relazione di Giuseppe Vacca, presidente della Fondazione Istituto Gramsci, dal titolo “Note di lettura della Lumen Gentium”, che è un documento senza precedenti nella storia della cultura politica italiana. A questo punto la domanda chiave che si pone è: come continuare? Al riguardo molto, se non tutto, dipende dalla capacità o meno di definire ambiti e  strumenti di riflessione che, pur essendo in prossimità del fare politico, né aspirino a coinvolgersi, né accettino di venire coinvolti nella dialettica politica immediata. Ambiti e strumenti che nella vita pubblica italiana oggi o mancano o non hanno adeguato sviluppo; e che quindi occorre far nascere e far crescere.

Robi Ronza

Berlusconi-Alfano, ormai è guerra

Angelino: “Il Pdl sostenga il governo anche con la decadenza”. Risposta durissima: finirai come Fini.

La scissione Pdl è ormai conclamata. Il solco tra i due protagonisti, Berlusconi e Alfano, non appare colmabile. Il vice-premier sostiene in tivù, ospite di Maria Latella, che è indispensabile per l’Italia mandare avanti Letta, e dentro le larghe intese la funzione del centrodestra risulta essenziale. Dunque, a provocare la crisi lui non ci pensa nemmeno. Il Cavaliere, dal canto suo, non rinuncia al proposito di lasciare la maggioranza.  

Si è convinto che lanciarsi all’attacco del governo gli conviene comunque, lo «status» di leader dell’opposizione sarebbe in fondo più decoroso che sostenere Letta senza voce in capitolo. Tra l’altro i suoi avvocati gli fanno credere che, nella veste di oppositore, i giudici ci andranno più cauti, altrimenti a suo sostegno interverrebbero le organizzazioni umanitarie mondiali... 

Insomma, le strade si separano. L’«Huffington Post» ha pubblicato a sera un’intervista del Cavaliere che non cita Alfano con nome e cognome, però gli lancia uno sprezzante ultimatum: torna subito indietro o seguirai la sorte di Fini. Dall’antifona si capisce subito dove Silvio vuole parare: «Come può pretendere il Partito democratico che i nostri senatori e i nostri ministri continuino a collaborare con chi, violando le leggi, compie un omicidio politico, assassina politicamente il leader dei moderati?». È l’annuncio del distacco dalla maggioranza, senza nemmeno bisogno di attendere il Consiglio nazionale sabato prossimo. Ed ecco l’affondo contro i dissenzienti: «Se si contraddicono i nostri elettori, non si va da nessuna parte. Anche Fini e altri ebbero due settimane di spazio sui giornali, ma poi è finita come è finita. Ripeto: è nel loro interesse ascoltare cosa dicono i nostri elettori, per non commettere errori che li segnerebbero per tutta la vita». Prepariamoci a una campagna molto aggressiva contro chi dovesse «tradire». 

Ma cosa aveva detto poco prima Alfano di talmente esplosivo da provocare un botto del genere? In modo assai civile, il vice-premier aveva snocciolato i 3 motivi per cui (secondo lui, si capisce) abbattere Letta sarebbe un tragico sbaglio. Nell’ordine: «Se cade il governo, ne arriva uno di sinistra-sinistra. Una scelta radicale ed estremista sarebbe difficile da far capire agli italiani. Contro Berlusconi arriverà l’interdizione in ogni caso, dunque andremmo al voto senza il nostro campione». La sintesi è che «le elezioni anticipate sarebbero un danno per l’Italia, per il partito e per Berlusconi medesimo». Prendendo tempo, viceversa, le cose forse cambierebbero. Nel 2014, il Cavaliere «potrebbe dimostrare la propria innocenza perché il caso non è chiuso, l’ordinamento giuridico prevede delle possibilità... Al prossimo giro potrebbe essere lui il nostro candidato premier... E comunque meriterebbe di fare il senatore a vita...». Nell’immediato, secondo Anfano, i ministri Pdl saranno «lo scudo contro gli errori che la sinistra commetterebbe». Esempio: «Senza di noi le frontiere sarebbero un colabrodo, si pagherebbe senza contanti», e sull’Imu sarebbe passata la linea di Saccomanni, insomma mano al portafogli per la seconda rata. 

Giusto il tempo di congedarsi dai telespettatori, ed ecco Angelino bersagliato da una gragnuola di dichiarazioni, alcune francamente insultanti. Tralasciando queste ultime, a dettare la svolta della giornata è stata la discesa in campo di Fitto, leader dei «lealisti». Durissimo. Spietato quasi quanto la Santanché (secondo la Pitonessa, Alfano ha «illustrato un programma vincente per correre alle primarie del Pd»). Sostiene Fitto: «La rotta di Alfano è chiaramente alternativa rispetto a quella indicata da Berlusconi. Da un lato si dà per acquisito il voto sulla sua decadenza. Dall’altro si finge di non vedere che la legge di stabilità reintroduce la tassa sulla casa». Fitto ha insistito con Berlusconi (già abbastanza propenso di suo) che una risposta ad Alfano non poteva mancare. Ed è arrivata dopo il tigì. Sintetizza un «falco» intelligente Osvaldo Napoli: «L’unità è una finzione, inutile prenderci in giro».

sabato 9 novembre 2013

buona domenica a tutti . . . . . facciamoci una risata . . . . .


LA RESA DEI CONTI . . . . . SABATO PROSSIMO AL CONSIGLIO NAZIONALE DEL P.D.L.

COLLEGATI AL LINK PER LEGGERE LA CONVICAZIONE DEL CONSIGLIO NAZIONALE DEL POPOLO DELLE LIBERTA' DEL PROSSIMO 16 NOVEMBRE 2013 . . . . . NASCERA' FORZA ITALIA NUOVAMENTE ...... E RIPARTIAMO
http://www.forzaitalia.it/speciali/consiglionazionale.pdf