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martedì 4 ottobre 2016

TUTTI A BOLOGNA IL 15 OTTOBRE X IL NO


GIORGIO CAVAZZOLI-VICE COORD. PROV.DI MODENA DI FORZA ITALIA: AGGIORNAMENTI DAL COORDINAMENTO REGIONALE DI FORZA...

GIORGIO CAVAZZOLI-VICE COORD. PROV.DI MODENA DI FORZA ITALIA: AGGIORNAMENTI DAL COORDINAMENTO REGIONALE DI FORZA...: Presidenza Coordinamento Regionale Forza Italia Emilia Romagna  ​ Cari amici , eccoci qua. Le ferie sono un lontano ricordo e ...

PROSEGUIAMO CON LE RIFLESSIONI CHE MOTIVANO LA SCELTA PER IL NO AL REFERENDUM DEL 4 DICEMBRE 2016

Cari amici, continuando a illustrare i profili problematici della riforma costituzionale oggi vi proponiamo questo articolo del magistrato Domenico Airoma, vicepresidente del Centro Studi Rosario Livatino, pubblicato sulla nuova Bussola Quotidiana il 3 ottobre.

4. Governabilità contro rappresentanza

Perché riformare una Costituzione? 
Per la verità, ci si potrebbe, ancor prima, chiedere perché scrivere una Costituzione. Vi sono state, infatti, epoche storiche nelle quali le società hanno fatto a meno di norme “costituzionali”, senza minimamente risentirne. Le costituzioni scritte rappresentano una caratteristica dell’epoca “moderna”, nata con la Rivoluzione Francese; in epoca pre-moderna, si conoscevano, al più, documenti che richiamavano principi generalmente riconosciuti e condivisi, che venivano messi per iscritto dinanzi a governanti tentati dalla tirannia. Il contesto culturale era omogeneo; oltre che sul consenso, il rapporto fra governanti e governati si reggeva nel comune riferimento a principi superiori, che rappresentavano il limite ed al contempo il fondamento del potere.

Con l’epoca moderna, in una società non più culturalmente omogenea, la Costituzione è chiamata a descrivere il “progetto” di società; non ha più contenuto ricognitivo di dati pre-esistenti ma “ideologico”; rimosso ogni riferimento a limiti superiori, “non negoziabili”, si tratta di sostituirli con norme che – per mera convenzione - vengono definite fondamentali, rappresentando esse il fondamento ed il limite del potere.

Come ogni convenzione, può cambiare: o dal basso, cioè dal lato dei governati - in presenza, solitamente, di radicali, ed a volte anche violenti, rivolgimenti -, oppure dall’alto, cioè dal lato dei governanti, quando – chi è in condizione di farlo - decide che è venuto il momento di cambiare le regole del gioco, cioè di dare un nuovo assetto al rapporto fra governabilità e rappresentanza.

Non vi è dubbio che ci troviamo dinanzi alla seconda ipotesi.
A questo punto, però,occorre anche chiedersi: chi e, soprattutto, come si intendono cambiare le regole del gioco?

Quanto al chi, va subito detto che Renzi appare più l’esecutore materiale che il regista dell’intera operazione. Autorevoli politologi hanno da tempo posto in evidenza come i governanti vanno assumendo un volto sempre più globalizzato, articolato e transnazionale, tanto da parlare non più di governo ma di governance. Chi governa il mondo – per riprendere un’espressione di Sabino Cassese - ha sempre più l’aspetto composito di finanzieri, funzionari di organizzazioni sovranazionali, tecnici di agenzie intergovernative ed internazionali: non si tratta di indulgere al facile teorema dei poteri forti, ma di prendere atto del fatto che i governanti nazionali sono solo attori co-protagonisti, e spesso anche secondari, di questa governance globale.

Non è un caso, peraltro, che su questa riforma costituzionale si siano pronunciati a favore  (ed a quale titolo, se non perché interessati in quanto co-governanti?) da Soros ad Obama, dall’Unione Europea ai principali circuiti mediatici internazionali.

Veniamo al come.
L’Italia resta ancora per tanti aspetti un’eccezione, soprattutto sulle questioni etiche. I governati, nei quali sopravvivono barlumi di buon senso, ovverosia di familiarità con principi dettati dalla ragione naturale prima ancora che dalla fede cristiana, costituiscono spesso un ostacolo nella “normalizzazione” del Paese. Ogni esigenza di rappresentanza delle comunità, delle famiglie, dei corpi intermedi, non possono che cedere il passo dinanzi alla volontà generale/globale che reclama uniformità di attuazione.

Il cambiamento di quadro è ben espresso dall’on. Luciano Violante, in un recente articolo pubblicato sulla rivista “Questione Giustizia”:
«Le procedure tradizionali presupponevano una politica padrona del proprio spazio e del proprio tempo. Non prevedevano la interdipendenza globale; non tenevano conto della permeabilità delle politiche pubbliche di ciascuno Stato a quelle degli altri Stati. Agivano in un contesto in cui la politica governava ancora i grandi processi economici e finanziari. Non ritenevano la velocità della decisione politica una qualità necessaria della democrazia; anzi ritenevano utili ripensamenti, pause di riflessione, riesami. Oggi non è più così. Bisogna rendersi conto che non viviamo in un’epoca di cambiamenti; viviamo in un cambiamento d’epoca (…).
Le politiche pubbliche sono diventate interdipendenti; i Governi devono perciò tenere conto di quanto fanno i Paesi concorrenti per non essere tagliati fuori dalla competizione internazionale danneggiando così i propri cittadini. Siamo nel tempo della morte dei confini.
Il rapporto tra politica e finanza si é rovesciato. «A volte», disse Tietmeyer a Davos nel 1996, «ho l’impressione che la maggior parte dei politici non abbia ancora capito quanto essi siano già oggi sotto il controllo dei mercati finanziari». (…)
Il fenomeno è frutto del crescente rilievo della politica europea e della politica estera, sempre più spesso condotte direttamente dal presidente del Consiglio, della necessità di decisioni rapide, che non consentono confronti, dell’esigenza di un parallelismo tra le proprie funzioni e quelle dei colleghi di altri Paesi con i quali il presidente del Consiglio deve interloquire e negoziare».

Se questo è il quadro entro il quale va inserita la riforma costituzionale, tutto è più chiaro, anche quanto al come. La governabilità non può essere commisurata alle esigenze di rappresentanza dei governati, bensì sulla necessità di dare attuazione rapida a decisioni prese altrove. Gli interlocutori dei governanti non sono le comunità locali, ma i circuiti politico-finanziari internazionali, come ammonisce l’on. Violante: il capo del governo non può perdere tempo in confronti. L’eventuale deficit di rappresentatività del governo deve essere superato semplicemente azzerando ogni presenza delle voci delle minoranze in Parlamento, che deve essere ridotto al ruolo di notaio amico.

Non si tratta, come è ovvio, di tessere le lodi di quella che Donoso Cortes definiva la classe discutidora. Si tratta, invece, di difendere gli spazi residui di rappresentanza e di libertà che solo un Parlamento nel quale siano presenti i diversi frammenti della odierna società plurale può, in qualche misura, garantire.

Perché, allora, riformare la Costituzione? 
Per far prevalere la governabilità sulla rappresentanza, le esigenze della governance globale  su quelle delle comunità e dei corpi intermedi nazionali. Se dovesse passare il “sì” alla riforma, non è certo la fine del mondo; quel che è certo è che si accelera la fine di “un” mondo, quello che, per tanti aspetti, contribuisce a fare ancora dell’Italia una felice eccezione.

venerdì 30 settembre 2016

C'E' CHI DICE NO - DOMANI 1 OTTOBRE BANCHETTO PER IL NO IN PIAZZA MARTIRI A CARPI DALLE 10

1° OTTOBRE 2016 - DALLE 10,00
BANCHETTO DEL COMITATO PER IL NO DELLE TERRE D'ARGINE
CARPI (MO)  - PIAZZA MARTIRI

mercoledì 28 settembre 2016

VOTIAMO NO PER NON CONSEGNARE L'ITALIA ALLE LOBBIES

Cari amici, finalmente è stata fissata la data del voto per il referendum sulla riforma costituzionale: il 4 dicembre. Proponiamo come secondo contributo alle ragioni del no un articolo di Francesco Farri, avvocato del Centro Studi Livatino, pubblicato il 21 settembre da La nuova Bussola Quotidiana.

2. Questa riforma consegnerà l'Italia alle lobby

Negli ultimi mesi, si sono levate, anche dall'estero, molte voci provenienti dal mondo dell'economia, della finanza, dei social networks e, da ultimo, anche della diplomazia, le quali hanno dipinto la riforma costituzionale italiana come ultima chance per il salvataggio del sistema Italia. Per converso, il presidente emerito della Corte Costituzionale, Paolo Maddalena, ha denunciato che «la modifica della Costituzione serve alle multinazionali, alle banche, alla finanza», a scapito degli interessi dei cittadini italiani. Di chi fidarsi?

Importanti indicazioni giuridiche per la risposta possono trarsi in quello che, a riforma approvata,diverrebbe il nuovo articolo 72, comma 7 della Costituzione. Nel cervellotico quadro dei nuovi procedimenti legislativi, la nuova Costituzione ne introduce uno per cui il governo, «indicando» un disegno di legge come «essenziale per l'attuazione del programma di governo», può in sintesi ottenere dalla Camera la definitiva approvazione delle proprie proposte entro tre mesi (giorni 5 + 70 + 5 + 15), prorogabili di due settimane in casi di particolare complessità.  Potrebbe osservarsi: è giusto che in certi casi sia riconosciuta al governo una corsia preferenziale in Parlamento!

Vero, ma è essenziale l’individuazione di tali casi e degli strumenti utilizzabili nella corsia preferenziale. I Costituenti avevano ben previsto l'esigenza di una corsia preferenziale per il governo (il decreto legge), ma avevano stabilito precisi limiti (effettiva ragione di straordinaria necessità e urgenza) e conseguenze (responsabilità del governo e perdita di efficacia fin dall'inizio del testo normativo in difetto di conversione entro sessanta giorni) della percorrenza di essa.

E il nuovo art. 72, comma 7?  Esso non prevede né apprezzabili limiti di utilizzo, né conseguenze. L'estrema vaghezza dei termini utilizzati (la essenzialità «per l'attuazione del programma di governo» appare un concetto squisitamente politico e, come tale, pressoché insindacabile) e l'àmbito estremamente ristretto delle esclusioni da tale procedimento previste in Costituzione (al regolamento della Camera si rinvia, infatti, per la sola disciplina procedimentale) lo rende sostanzialmente versatile ad ogni uso, ma anche ad ogni abuso da parte del governo, cosa che invece la Corte Costituzionale garantiva fosse esclusa per il decreto legge. Quanto alle conseguenze, appare evidente che - rispetto alla disciplina del d.l., che pure viene mantenuta - non è qui prevista la responsabilità del governo né la decadenza del testo normativo se i termini non sono rispettati.

E se è così, che funzione ha il nuovo art. 72, comma 7?  Proprio questo è il punto.  Infatti, se sapientemente combinato con l'utilizzo della questione di fiducia (senza la quale il meccanismo non funzionerebbe), esso permette al governo di "forzare" con un blitz il legislatore ad attuare il progetto presentato dal governo stesso ottenendo i seguenti “benefici”: (1) minimizzazione della discussione parlamentare e sacrificio della tutela delle minoranze, garantite dal normale iter legislativo; (2) aggiramento delle tutele di cui è circondato il decreto legge; (3) sostanziale impedimento di ogni mobilitazione contro l'iniziativa governativa da parte dell'opinione pubblica, che in tre mesi farebbe appena in tempo ad avere notizia di quello che sta succedendo nelle segrete stanze.

Chi può, al giorno d'oggi, avere interesse a conseguire “benefici” di questo tipo? Volendo tralasciare  le ipotesi più radicali, la risposta appare semplice: si tratta dei gruppi d'interesse che, operando al di fuori del circuito di legittimazione democratica e dall'humus dell'opinione pubblica nazionale, necessitano tuttavia del supporto normativo per attuare i propri interessi. Si tratta, in altre parole, di quelle che oggi sono indicate come "lobby".  Per definizione, esse si trovano spesso nella condizione di poter influenzare (e "ricattare" politicamente) singole persone (come, ad esempio, quelle che siedono in un governo), ma molto più difficilmente esse si trovano in condizione di poter direttamente "ricattare" istituzioni come un Parlamento nazionale o una Corte Costituzionale.

E ciò è vero specie in Italia, dove il sistema costruito dai Costituenti si è mostrato estremamente garantista per gli interessi del popolo sovrano e ha creato una coscienza collettiva forte, matura e capace di mobilitarsi e opporsi con vigore a iniziative che ha trasversalmente percepito come estranee all'interesse del Paese. Ecco che il nuovo meccanismo legislativo dell'art. 72, comma 7, magicamente, fornisce il grimaldello che alle lobby mancava per annidarsi stabilmente nella legislazione italiana. Con esso, infatti, il governo non ha più alibi: esso può far digerire al Parlamento quel che vuole, senza lacciuoli e prendendo in contropiede ogni forma di rilevante reazione dell'opinione pubblica.

Con esso, si crea un efficacissimo trait d'union tra persone fisiche del governo ("ricattabili" dalle lobby) e Parlamento (non direttamente "ricattabile" dalle lobby, ma "ricattabile" dal governo tramite voto di fiducia), che non permetterà al governo di sottrarsi dal cappio che le lobby facilmente possono porgli al collo. La ricattabilità di un primo ministro che voglia salvare la poltrona diverrà la ricattabilità dell'Italia.

Come brandito dai sostenitori di progetti di legge invisi a larga parte dell'opinione pubblica, con il nuovo sistema legislativo una drastica riduzione delle pensioni al pari di una legge Scalfarotto, una privatizzazione del sistema sanitario al pari dell'eutanasia per i bambini, potranno esser legge quasi di nascosto, senza che il corpo elettorale faccia in tempo ad accorgersene e organizzare manifestazioni di opposizione. Il nuovo procedimento legislativo incarna la logica del fatto compiuto e la logica del sotterfugio, molto più e strutturalmente più di quanto avvenga adesso. Con esso, si istituzionalizza una forma di blitz legislativo che solo le lobby possono avere interesse a sfruttare. La riforma del procedimento legislativo è la pesante ipoteca delle lobby sui valori e sugli interessi dell'Italia.

Riallacciandosi alla domanda iniziale, quindi, può dirsi che sia i finanzieri stranieri sia il presidente Maddalena abbiano ragione. Di chi fidarsi, dipende dagli interessi che vogliono tutelarsi: se vogliono tutelarsi gli interessi delle lobby della finanza e delle colonizzazioni ideologiche, la riforma costituzionale è lo strumento migliore. Ma tali interessi contrastano strutturalmente con gli interessi dei cittadini e con i valori della nostra Repubblica. E se vogliono salvaguardarsi gli interessi e i valori degli Italiani, allora una riforma costituzionale di questo tipo merita di esser spazzata via senza residui. E senza rimpianti: solo con un gran sospiro di sollievo.


GIORGIO CAVAZZOLI-VICE COORD. PROV.DI MODENA DI FORZA ITALIA: AUGURI PRESIDENTE - RAGAZZO DI 80 ANNI PIU' PRESEN...

GIORGIO CAVAZZOLI-VICE COORD. PROV.DI MODENA DI FORZA ITALIA: AUGURI PRESIDENTE - RAGAZZO DI 80 ANNI PIU' PRESEN...: AUGURI PER I TUOI 80 ANNI!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! Grazie per quanto tu ai fatto per...