lunedì 17 ottobre 2016
GIORGIO CAVAZZOLI-VICE COORD. PROV.DI MODENA DI FORZA ITALIA: PRESIDENTE - COME SEMPRE GRAZIE
GIORGIO CAVAZZOLI-VICE COORD. PROV.DI MODENA DI FORZA ITALIA: PRESIDENTE - COME SEMPRE GRAZIE: Il 4 dicembre voteremo NO con convinzione SILVIO BERLUSCONI · SABATO 15 OTTOBRE 2016 Cari amici, quella del NO è un...
martedì 4 ottobre 2016
TUTTI A BOLOGNA IL 15 OTTOBRE X IL NO
GIORGIO CAVAZZOLI-VICE COORD. PROV.DI MODENA DI FORZA ITALIA: AGGIORNAMENTI DAL COORDINAMENTO REGIONALE DI FORZA...
GIORGIO CAVAZZOLI-VICE COORD. PROV.DI MODENA DI FORZA ITALIA: AGGIORNAMENTI DAL COORDINAMENTO REGIONALE DI FORZA...: Presidenza Coordinamento Regionale Forza Italia Emilia Romagna Cari amici , eccoci qua. Le ferie sono un lontano ricordo e ...
PROSEGUIAMO CON LE RIFLESSIONI CHE MOTIVANO LA SCELTA PER IL NO AL REFERENDUM DEL 4 DICEMBRE 2016
Cari
amici, continuando a illustrare i profili problematici della riforma
costituzionale oggi vi proponiamo questo articolo del magistrato
Domenico Airoma, vicepresidente del Centro Studi Rosario Livatino,
pubblicato sulla nuova Bussola Quotidiana il 3 ottobre.
4. Governabilità contro rappresentanza
Perché riformare una Costituzione?
Per
la verità, ci si potrebbe, ancor prima, chiedere perché scrivere una
Costituzione. Vi sono state, infatti, epoche storiche nelle quali le
società hanno fatto a meno di norme “costituzionali”, senza minimamente
risentirne. Le costituzioni scritte rappresentano una caratteristica
dell’epoca “moderna”, nata con la Rivoluzione Francese; in epoca
pre-moderna, si conoscevano, al più, documenti che richiamavano principi
generalmente riconosciuti e condivisi, che venivano messi per iscritto
dinanzi a governanti tentati dalla tirannia. Il contesto culturale era
omogeneo; oltre che sul consenso, il rapporto fra governanti e governati
si reggeva nel comune riferimento a principi superiori, che
rappresentavano il limite ed al contempo il fondamento del potere.
Con l’epoca moderna, in una società non più culturalmente omogenea,
la Costituzione è chiamata a descrivere il “progetto” di società; non
ha più contenuto ricognitivo di dati pre-esistenti ma “ideologico”;
rimosso ogni riferimento a limiti superiori, “non negoziabili”, si tratta di sostituirli con norme che – per mera convenzione - vengono definite fondamentali, rappresentando esse il fondamento ed il limite del potere.
Come ogni convenzione, può cambiare: o
dal basso, cioè dal lato dei governati - in presenza, solitamente, di
radicali, ed a volte anche violenti, rivolgimenti -, oppure dall’alto,
cioè dal lato dei governanti, quando – chi è in condizione di farlo -
decide che è venuto il momento di cambiare le regole del gioco, cioè di
dare un nuovo assetto al rapporto fra governabilità e rappresent anza.
Non vi è dubbio che ci troviamo dinanzi alla seconda ipotesi.
A questo punto, però,occorre anche chiedersi: chi e, soprattutto, come si intendono cambiare le regole del gioco?
Quanto al chi, va subito detto che Renzi appare più l’esecutore materiale che
il regista dell’intera operazione. Autorevoli politologi hanno da tempo
posto in evidenza come i governanti vanno assumendo un volto sempre più
globalizzato, articolato e transnazionale, tanto da parlare non più di
governo ma di governance. Chi governa il mondo – per riprendere
un’espressione di Sabino Cassese - ha sempre più l’aspetto composito di
finanzieri, funzionari di organizzazioni sovranazionali, tecnici di
agenzie intergovernative ed internazionali: non si tratta di indulgere
al facile teorema dei poteri forti, ma di prendere atto del fatto
che i governanti nazionali sono solo attori co-protagonisti, e spesso
anche secondari, di questa governance globale.
Non è un caso, peraltro, che su questa riforma costituzionale si
siano pronunciati a favore (ed a quale titolo, se non perché
interessati in quanto co-governanti?) da Soros ad Obama, dall’Unione
Europea ai principali circuiti mediatici internazionali.
Veniamo al come.
L’Italia
resta ancora per tanti aspetti un’eccezione, soprattutto sulle
questioni etiche. I governati, nei quali sopravvivono barlumi di buon
senso, ovverosia di familiarità con principi dettati dalla ragione
naturale prima ancora che dalla fede cristiana, costituiscono spesso un
ostacolo nella “normalizzazione” del Paese. Ogni esigenza di
rappresentanza delle comunità, delle famiglie, dei corpi intermedi, non
possono che cedere il passo dinanzi alla volontà generale/globale che
reclama uniformità di attuazione.
Il cambiamento di quadro è ben espresso dall’on. Luciano Violante, in un recente articolo pubblicato sulla rivista “Questione Giustizia”:
«Le
procedure tradizionali presupponevano una politica padrona del proprio
spazio e del proprio tempo. Non prevedevano la interdipendenza globale;
non tenevano conto della permeabilità delle politiche pubbliche di
ciascuno Stato a quelle degli altri Stati. Agivano in un contesto in cui
la politica governava ancora i grandi processi economici e finanziari.
Non ritenevano la velocità della decisione politica una qualità
necessaria della democrazia; anzi ritenevano utili ripensamenti, pause
di riflessione, riesami. Oggi non è più così. Bisogna rendersi conto che
non viviamo in un’epoca di cambiamenti; viviamo in un cambiamento
d’epoca (…).
Le
politiche pubbliche sono diventate interdipendenti; i Governi devono
perciò tenere conto di quanto fanno i Paesi concorrenti per non essere
tagliati fuori dalla competizione internazionale danneggiando così i
propri cittadini. Siamo nel tempo della morte dei confini.
Il
rapporto tra politica e finanza si é rovesciato. «A volte», disse
Tietmeyer a Davos nel 1996, «ho l’impressione che la maggior parte dei
politici non abbia ancora capito quanto essi siano già oggi sotto il
controllo dei mercati finanziari». (…)
Il
fenomeno è frutto del crescente rilievo della politica europea e della
politica estera, sempre più spesso condotte direttamente dal presidente
del Consiglio, della necessità di decisioni rapide, che non consentono
confronti, dell’esigenza di un parallelismo tra le proprie funzioni e
quelle dei colleghi di altri Paesi con i quali il presidente del
Consiglio deve interloquire e negoziare».
Se questo è il quadro entro il quale va inserita la riforma costituzionale, tutto è più chiaro, anche quanto al come.
La governabilità non può essere commisurata alle esigenze di
rappresentanza dei governati, bensì sulla necessità di dare attuazione
rapida a decisioni prese altrove. Gli interlocutori dei governanti non
sono le comunità locali, ma i circuiti politico-finanziari
internazionali, come ammonisce l’on. Violante: il capo del governo non
può perdere tempo in confronti. L’eventuale deficit di rappresentatività
del governo deve essere superato semplicemente azzerando ogni presenza
delle voci delle minoranze in Parlamento, che deve essere ridotto al
ruolo di notaio amico.
Non si tratta, come è ovvio, di tessere le lodi di quella che Donoso Cortes definiva la classe discutidora.
Si tratta, invece, di difendere gli spazi residui di rappresentanza e
di libertà che solo un Parlamento nel quale siano presenti i diversi
frammenti della odierna società plurale può, in qualche misura,
garantire.
Perché, allora, riformare la Costituzione?
Per
far prevalere la governabilità sulla rappresentanza, le esigenze della
governance globale su quelle delle comunità e dei corpi intermedi
nazionali. Se dovesse passare il “sì” alla riforma, non è certo la fine
del mondo; quel che è certo è che si accelera la fine di “un” mondo,
quello che, per tanti aspetti, contribuisce a fare ancora dell’Italia
una felice eccezione.
venerdì 30 settembre 2016
C'E' CHI DICE NO - DOMANI 1 OTTOBRE BANCHETTO PER IL NO IN PIAZZA MARTIRI A CARPI DALLE 10
1° OTTOBRE 2016 - DALLE 10,00
BANCHETTO DEL COMITATO PER IL NO DELLE TERRE D'ARGINE
CARPI (MO) - PIAZZA MARTIRI
mercoledì 28 settembre 2016
VOTIAMO NO PER NON CONSEGNARE L'ITALIA ALLE LOBBIES
Cari
amici, finalmente è stata fissata la data del voto per il referendum
sulla riforma costituzionale: il 4 dicembre. Proponiamo come secondo
contributo alle ragioni del no un articolo di Francesco Farri, avvocato
del Centro Studi Livatino, pubblicato il 21 settembre da La nuova Bussola Quotidiana.
2. Questa riforma consegnerà l'Italia alle lobby
Negli
ultimi mesi, si sono levate, anche dall'estero, molte voci provenienti
dal mondo dell'economia, della finanza, dei social networks e, da
ultimo, anche della diplomazia, le quali hanno dipinto la riforma
costituzionale italiana come ultima chance per il salvataggio del
sistema Italia. Per converso, il presidente emerito della Corte
Costituzionale, Paolo Maddalena, ha denunciato che «la modifica della
Costituzione serve alle multinazionali, alle banche, alla finanza», a
scapito degli interessi dei cittadini italiani. Di chi fidarsi?
Importanti indicazioni giuridiche per la risposta
possono trarsi in quello che, a riforma approvata,diverrebbe il nuovo
articolo 72, comma 7 della Costituzione. Nel cervellotico quadro dei
nuovi procedimenti legislativi, la nuova Costituzione ne introduce uno
per cui il governo, «indicando» un disegno di legge come «essenziale per
l'attuazione del programma di governo», può in sintesi ottenere dalla
Camera la definitiva approvazione delle proprie proposte entro tre mesi
(giorni 5 + 70 + 5 + 15), prorogabili di due settimane in casi di
particolare complessità. Potrebbe osservarsi: è giusto che in certi
casi sia riconosciuta al governo una corsia preferenziale in Parlamento!
Vero, ma è essenziale l’individuazione di tali casi e degli strumenti utilizzabili
nella corsia preferenziale. I Costituenti avevano ben previsto
l'esigenza di una corsia preferenziale per il governo (il decreto
legge), ma avevano stabilito precisi limiti (effettiva ragione di
straordinaria necessità e urgenza) e conseguenze (responsabilità del
governo e perdita di efficacia fin dall'inizio del testo normativo in
difetto di conversione entro sessanta giorni) della percorrenza di essa.
E il nuovo art. 72, comma 7?
Esso non prevede né apprezzabili limiti di utilizzo, né
conseguenze. L'estrema vaghezza dei termini utilizzati (la essenzialità
«per l'attuazione del programma di governo» appare un concetto
squisitamente politico e, come tale, pressoché insindacabile) e l'àmbito
estremamente ristretto delle esclusioni da tale procedimento previste
in Costituzione (al regolamento della Camera si rinvia, infatti, per la
sola disciplina procedimentale) lo rende sostanzialmente versatile ad
ogni uso, ma anche ad ogni abuso da parte del governo, cosa che invece
la Corte Costituzionale garantiva fosse esclusa per il decreto legge.
Quanto alle conseguenze, appare evidente che - rispetto alla disciplina
del d.l., che pure viene mantenuta - non è qui prevista la
responsabilità del governo né la decadenza del testo normativo se i
termini non sono rispettati.
E se è così, che funzione ha il nuovo art. 72, comma 7?
Proprio questo è il punto. Infatti, se sapientemente combinato con
l'utilizzo della questione di fiducia (senza la quale il meccanismo non
funzionerebbe), esso permette al governo di "forzare" con un blitz il
legislatore ad attuare il progetto presentato dal governo stesso
ottenendo i seguenti “benefici”: (1) minimizzazione della discussione
parlamentare e sacrificio della tutela delle minoranze, garantite dal
normale iter legislativo; (2) aggiramento delle tutele di cui è
circondato il decreto legge; (3) sostanziale impedimento di ogni
mobilitazione contro l'iniziativa governativa da parte dell'opinione
pubblica, che in tre mesi farebbe appena in tempo ad avere notizia di
quello che sta succedendo nelle segrete stanze.
Chi può, al giorno d'oggi, avere interesse a conseguire “benefici” di questo tipo?
Volendo tralasciare le ipotesi più radicali, la risposta appare
semplice: si tratta dei gruppi d'interesse che, operando al di fuori del
circuito di legittimazione democratica e dall'humus dell'opinione
pubblica nazionale, necessitano tuttavia del supporto normativo per
attuare i propri interessi. Si tratta, in altre parole, di quelle che
oggi sono indicate come "lobby". Per definizione, esse si trovano
spesso nella condizione di poter influenzare (e "ricattare"
politicamente) singole persone (come, ad esempio, quelle che siedono in
un governo), ma molto più difficilmente esse si trovano in condizione di
poter direttamente "ricattare" istituzioni come un Parlamento nazionale
o una Corte Costituzionale.
E ciò è vero specie in Italia,
dove il sistema costruito dai Costituenti si è mostrato
estremamente garantista per gli interessi del popolo sovrano e ha creato
una coscienza collettiva forte, matura e capace di mobilitarsi e
opporsi con vigore a iniziative che ha trasversalmente percepito come
estranee all'interesse del Paese. Ecco che il nuovo meccanismo
legislativo dell'art. 72, comma 7, magicamente, fornisce il grimaldello
che alle lobby mancava per annidarsi stabilmente nella legislazione
italiana. Con esso, infatti, il governo non ha più alibi: esso può far
digerire al Parlamento quel che vuole, senza lacciuoli e prendendo in
contropiede ogni forma di rilevante reazione dell'opinione pubblica.
Con esso, si crea un efficacissimo trait d'union
tra persone fisiche del governo ("ricattabili" dalle lobby) e
Parlamento (non direttamente "ricattabile" dalle lobby, ma "ricattabile"
dal governo tramite voto di fiducia), che non permetterà al governo di
sottrarsi dal cappio che le lobby facilmente possono porgli al collo. La
ricattabilità di un primo ministro che voglia salvare la poltrona
diverrà la ricattabilità dell'Italia.
Come brandito dai sostenitori di progetti di legge
invisi a larga parte dell'opinione pubblica, con il nuovo sistema
legislativo una drastica riduzione delle pensioni al pari di una legge
Scalfarotto, una privatizzazione del sistema sanitario al pari
dell'eutanasia per i bambini, potranno esser legge quasi di nascosto,
senza che il corpo elettorale faccia in tempo ad accorgersene e
organizzare manifestazioni di opposizione. Il nuovo procedimento
legislativo incarna la logica del fatto compiuto e la logica del
sotterfugio, molto più e strutturalmente più di quanto avvenga adesso.
Con esso, si istituzionalizza una forma di blitz legislativo che solo le
lobby possono avere interesse a sfruttare. La riforma del procedimento
legislativo è la pesante ipoteca delle lobby sui valori e sugli
interessi dell'Italia.
Riallacciandosi alla domanda iniziale,
quindi, può dirsi che sia i finanzieri stranieri sia il
presidente Maddalena abbiano ragione. Di chi fidarsi, dipende dagli
interessi che vogliono tutelarsi: se vogliono tutelarsi gli interessi
delle lobby della finanza e delle colonizzazioni ideologiche, la riforma
costituzionale è lo strumento migliore. Ma tali interessi contrastano
strutturalmente con gli interessi dei cittadini e con i valori della
nostra Repubblica. E se vogliono salvaguardarsi gli interessi e i valori
degli Italiani, allora una riforma costituzionale di questo tipo merita
di esser spazzata via senza residui. E senza rimpianti: solo con un
gran sospiro di sollievo.
GIORGIO CAVAZZOLI-VICE COORD. PROV.DI MODENA DI FORZA ITALIA: AUGURI PRESIDENTE - RAGAZZO DI 80 ANNI PIU' PRESEN...
GIORGIO CAVAZZOLI-VICE COORD. PROV.DI MODENA DI FORZA ITALIA: AUGURI PRESIDENTE - RAGAZZO DI 80 ANNI PIU' PRESEN...: AUGURI PER I TUOI 80 ANNI!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! Grazie per quanto tu ai fatto per...
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